Chi non ha mai sognato – almeno una volta – di poter diventare un astronauta? Beh, nel periodo della pandemia COVID-19 siamo tutti astronauti senza saperlo.
Immaginiamo di avere attorno alla testa un casco di raggio pari ad un metro: quello è più o meno il volume d’aria che passa attraverso i nostri polmoni in un’ora di respirazione in attività ordinaria (circa 4 metri cubi). Se potessimo girare con un simile casco addosso non dovremmo stare più di tanto attenti alle dinamiche di questo virus che ama trasmettersi attraverso l’aria per raggiungere le vie respiratorie profonde. Dovremmo comunque cambiare l’aria del casco poco meno di una volta all’ora in quanto respirando consumiamo l’ossigeno a nostra disposizione.
Se proviamo ad immaginare gli ambienti che frequentiamo quotidianamente e a “vedere” la sfera intorno alle teste dei presenti, comprendiamo subito il perché del distanziamento fisico e della frequente aerazione che ci vengono indicati come strumenti necessari alla gestione della pandemia… da 8 mesi…

Facciamo un passo in più.
Togliamo il casco e cominciamo a parlare. I più sfortunati di noi sono facilmente individuati come soggetti in grado di emettere “droplet”….le famose goccioline visibili anche ad occhio nudo che infastidiscono chiunque per atavici motivi igienici già ben da prima del manifestarsi della pandemia.
Smettiamo di parlare e iniziamo a respirare. Dal nostro naso esce una frazione di aria umida che è una miscela di gas carico di un invisibile particolato batterico (e virale) che viaggia comodamente adagiato su particelle che possiamo pensare come vapore. Questa frazione la vediamo con gli occhi solo quando in inverno usciamo all’aria fredda ed emettiamo “fumo” dal naso…anche se c’è sempre.
Quanto sono grandi le goccioline che emettiamo respirando e quanto sono grandi virus e batteri? Le goccioline vanno da 0,5 millesimi di millimetro (micron) a circa 12 millesimi di millimetro. Virus e batteri viaggiano tra 1 e 3 millesimi di millimetro…eccoli quindi comodamente appoggiati alla loro poltroncina di vapore.
Tutto qua? Beh, vi ricordate il PM 10 e il PM 2,5? Quella frazione polverosa – ma galleggiante – degli inquinanti derivanti dalla combustione delle fonti fossili (caldaie, stufe, automobili ecc)? 2,5…millesimi di millimetro. Ecco qualcos’altro che viaggia nell’aria a cercare di danneggiare il nostro sistema respiratorio.
Nell’impossibilità di creare una società a misura di “astronauta” cerchiamo di difenderci impedendo alle particelle di diffondersi nell’ambiente e di entrare nel nostro apparato respiratorio. Ed ecco quindi le mascherine.
Se vogliamo evitare di respirare ciò che viene da fuori dovremmo usare le mascherine FFP2. Nascono per difendere la parte più profonda dell’albero respiratorio dalle particelle sottili: PM10, PM 2,5 ma anche – ad esempio – l’amianto (dimensione 1-3 millesimi di millimetro)…ed ora anche da virus e batteri.
Per non “sporcare” l’ambiente si usano le mascherine chirurgiche. Nascono infatti proprio per mantenere il più possibile sterile il campo nelle operazioni chirurgiche. Attraverso gli strati della mascherina passa dal 2 al 5% del “vapore” del fiato, mentre la frazione gassosa (ossigeno, CO2, azoto…) trova una resistenza calcolata che rallenta – ma non blocca – il passaggio dell’aria. Possiamo pensare a questo rallentamento come quello che avviene versando liberamente un bicchiere d’acqua in una bacinella, o viceversa versandolo attraverso un passino a maglie molto ampie: passa comunque tutto ma con una piccola differenza di tempo.
Indossare la mascherina vuol dire avere negli ambienti chiusi (e là dove il nostro respiro può investire altre persone), al massimo il 5% di “frazione umida”. Di questo 5% non tutta è parte infetta: non tutte le particelle di vapore ospitano virus e batteri. Inoltre la norma di prova delle mascherine chirurgiche impone che la pulizia batterica operata nei confronti degli organismi abbia un’efficienza di rimozione pari al 99%.
All’inizio della pandemia le mascherine erano riservate ai malati. Ora le usiamo tutti perché abbiamo capito – spero – che potenzialmente siamo tutti infetti anche se sani.
Ed ecco da dove nasce la necessità di indossare tutti sempre la mascherina chirurgica.

E se entro in contatto con una persona infetta che non sta indossando la mascherina? Vale ciò che si realizza in caso di presenza di sostanze pericolose “chimiche”. In un ambiente in cui si supera la soglia critica di massa pericolosa dispersa nel volume (concentrazione), possiamo stare al massimo 15 minuti. Entro questo tempo generalmente i nostri processi di autodepurazione riescono a gestire la contaminazione. Se invece veniamo a contatto diretto (respiro nel respiro, contatto viso, mani ecc) non abbiamo il supporto della statistica perché stiamo creando una via preferenziale per l’ingresso del contaminante direttamente ai bersagli più delicati.

Manca qualcosa? Certo.
Quando andiamo in giro tocchiamo superfici, oggetti, le stesse mascherine e abbiamo ricreato di nuovo la condizione di contatto diretto.
Accendiamo una lampadina nel nostro cervello e laviamoci le mani. E’ sufficiente. Se le mani non sono sporche, per non sgrassarle troppo, basta la soluzione idroalcolica. Ma ogni tanto bisogna anche lavarle. Disconnettiamo l’ambiente sociale dall’ambiente domestico e viceversa. Lasciamo lo sporco là dove potenzialmente è. E facciamo pulizia anche nelle nostre postazioni di lavoro, nel nostro ambiente di vita. Detergenti semplici, adeguati alle superfici da trattare: non serve intossicarsi di detersivi. Prima il pulito, poi una disinfettata con l’alcol. Perché sullo sporco la disinfezione non fa nulla.

Ecco…siamo partiti astronauti, siamo diventati chirurghi, amiantisti, operatori chimici, personale addetto alla pulizia. Abbiamo fatto un viaggio – molto semplificativo – con quattro numeri attraverso gli obblighi e le prescrizioni che forse non avevamo avuto occasione di capire.
Con la speranza che questo piccolo contributo espresso in maniera semplice possa aiutare ad affrontare con un po’ di consapevolezza in più i nostri contatti quotidiani…e le nostre occasioni di lavoro in presenza di sostanze pericolose, inquinamento ecc.
E magari accendere curiosità e prospettive nuove a qualche giovane.

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